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“Non avere paura di essere diverso dagli altri”. Una chiacchierata con Gabriella

Gabriella Ganugi, fiorentina di nascita e di formazione, tanti anni fa ha fondato uno dei più importanti istituti di formazione universitaria a Firenze. Una vita piena di emozioni e di innovazioni. Anche nella formazione, ad esempio, ha interpretato l’experiential learning con l’integrazione culturale con la comunità come strategia innovativa dedicata ai suoi studenti stranieri, che arrivano in città sempre più numerosi. Vive e lavora tra Firenze e New York ed è un vulcano di idee in continua attività.

Gabriella, facciamo un gioco: il primo aggettivo che ti viene in mente per descriverti.
Determinata.

Sei in continua creazione, di progetti, di idee, per i tuoi studenti, per le tue tante attività, da dove nasce questo entusiasmo che si rinnova ogni giorno?
Mi sento sempre bambina, in continua crescita personale. Attraverso la creazione rinnovo me stessa.

Hai tante passioni, oltre al mondo universitario: scrivi libri, sei architetto e ti piace tanto l’arredamento di interni, hai un gusto molto particolare per quanto riguarda il design, adori il giardinaggio, per non parlare della cucina, come hai raccontato nel tuo libro “>La bambina che contava le formiche Dove ti piace fuggire quando hai bisogno di staccare?
Al mare, mi piace guardare l’acqua. Non il lago, troppo statico, ma il mare o l’oceano con i suoi movimenti di onde e spruzzi.

La cucina, quasi come parabola di vita, ti ha in fondo tracciato sin da piccola un percorso che ti ha portato via da una quotidianità che ti era un po’ stretta, aprendoti a progetti innovativi, soprattutto per una città come Firenze, con tanti sacrifici, ma anche tante soddisfazioni. Cosa NON rifaresti nella tua vita? O cosa faresti in modo diverso?
Sinceramente non ho rimpianti e non ci penso mai. Se proprio devo rispondere, non dedicherei il mio tempo agli uomini e alla ricerca dell’amore romantico. Sono caduta in una trappola molto comune a noi donne, quella del principe azzurro che ci propinano fino da bambine e in un modo o in un altro rimane lì nella nostra testa come un progetto di vita.
In realtà ho sempre voluto fare altre cose e il matrimonio, inteso come vita di coppia mi annoiava, mi stava stretto, mi impediva di andare.

Hai creato l’unico ristorante a Firenze gestito da studenti stranieri – i tuoi studenti di Culinary Art e Hospitality – poi, sempre con lo stesso principio, hai fondato una pasticceria. Un successo in entrambi i casi. Hai anche un’attività, sempre gestita con i tuoi studenti, legata agli abiti vintage, in particolare alle collezioni di design italiani. Come risponde la clientela fiorentina?
Queste attività, tutte senza scopo di lucro, sono state pensate come “classi all’interno della città e della comunità”. L’inizio e’ stato molto difficile, soprattutto per la comprensione della mission, sia all’interno di FUA che all’esterno. Adesso il mio staff ha compreso e anche l’apertura verso la città è cambiata. Abbiamo moltissimi clienti affezionati, che ci danno supporto e rinnovano ogni giorno la gioia di andare avanti in questo percorso difficile, ma estremamente gratificante.

Ogni semestre accademico arrivano in città tanti ragazzi da tutto il mondo, per trascorrere un periodo più o meno lungo di studio. Qual è il messaggio più importante che vorresti trasmettere loro, da portarsi a casa e tener a mente per tutta la propria vita, impossibile da trovare solo sui libri?
Non paragonate mai le culture. “Diverso” non significa migliore o peggiore, solo diverso. Guardate, annusate, ascoltate, toccate, assaporate. Non smettete mai di studiare e di imparare.

Hai un nuovissimo progetto per le mani, in parole semplici si tratta di “insegnare ai professori ad insegnare agli studenti stranieri”. L’uovo di colombo, a cui forse nessuno aveva mai pensato, o comunque non aveva mai messo in pratica a Firenze. Quali sono i problemi maggiori che hai riscontrato nell’International Education?
Trovare insegnanti per una lezione frontale in inglese è facilissimo. Firenze è una città internazionale e la comunità di lingua inglese è molto grande. Ci sono anche molti italiani con il curriculum adatto che parlano inglese, hanno viaggiato e sono interessati all’internazionalità di Firenze.
Purtroppo la nostra mission è contro la lezione frontale e lo “study abroad” classico e di antico modello. Noi vogliamo che i nostri studenti portino a casa un pezzo della nostra cultura e lo conservino con amore per tutta la vita. Vogliamo che imparino davvero non solo dei concetti, che si dimenticano dopo pochi mesi, ma delle esperienza che rimangano con loro per tutta la vita. Tutta la nostra metodologia d’insegnamento è basata sull’esperienza dello studente, ed è difficilissimo trovare insegnanti che sappiano combinare le conoscenze con le competenze.
Per questo abbiamo creato due corsi graduate e dal prossimo anno un Grad Certificate che forma insegnanti secondo la nostra mission.
Il nostro indice di soddisfazione e’ vicino al 100%, il nostro modello educativo è efficace, lo vorremmo condividere.

Quando tornano a casa, i tuoi studenti tornano cambiati, ma pensi che anche Firenze cambi con loro?
Mi piacerebbe molto, ma affinché questo accada serve un progetto preciso e accurato per l’integrazione culturale delle comunità internazionali con la città. I benefici per la città e il territorio potrebbero essere infiniti, ma serve una visione politica diversa, rivolta verso l’esterno e non concentrata sulla conservazione del privilegio acquisito nella storia.

Su cosa insisteresti di più, se potessi cambiare qualcosa a Firenze, di Firenze?
Sulla percezione di Firenze all’estero. Firenze museo/disneyland è ruffiana e banale. Il rinascimento, come tutte le arti, era un’arte contemporanea al proprio tempo, sta lì la sua grandezza. Firenze deve rinascere dal proprio passato e diventare città di cultura internazionale. Il respiro culturale adesso è troppo corto, attrae solo una qualità medio-bassa.

Vivi per una parte dell’anno, per lavoro, negli Stati Uniti. In particolare fai base a New York, la grande mela, chiamata da Michael Bloomberg “the World’s second home”. E’ ancora così, una seconda casa per tutti?
New York è una città difficile ma aperta. Ti offre tutto, se hai da dare. Come in qualunque altro paese e cultura ci sono delle contraddizioni, ma le opportunità sono infinite. Puoi capire chi sei, ci sono stimoli continui, se hai idee ti E’ un po’ l’opposto dell’Italia, dove le istituzioni bloccano l’imprenditoria e l’economia. Lì invece ti danno supporto, sia economico che istituzionale.

Un piccolo sogno nel cassetto?
Poter vedere il mio progetto riconosciuto nel mio paese.

Un grande progetto per il prossimo futuro?
Portare fuori dall’Italia la nostra mission e offrire agli studenti che non possono permettersi il viaggio in Italia l’opportunità di studiare con noi nel proprio paese.

Una frase che ti sta a cuore?
“Non aver paura di essere diverso dagli altri”.